
articolo a cura di Cristina Cancedda e Davide Moressa

Questa sfida…non s’ha da fare
Nell’ambito della manifestazione “Impronte” organizzata dal comune di Quartu Sant’Elena è stato proiettato il documentario “Marranìa (1) – il Rap che unisce la Sardegna” del regista Alessandro Pani (2)
Voce pensieri e volto del regista sono stati affidati all’attore Filippo Salaris. Muovendosi nel territorio e soprattutto nello spazio sociale dove vive e si rigenera questa musica, Alessandro e Filippo hanno raccolto una serie di interessanti interviste ai rapper che usano il sardo come lingua veicolare. Hanno indagato da dove traggono ispirazione per i loro testi e come questi vengono costruiti, inventati e assemblati nell’ottica della loro più ambita capacità espressiva: il freestyle. Sono componimenti che si sviluppano su base ritmica, in rima, improvvisati, che diventano spesso oggetto di vere e proprie sfide musicali. I temi sui quali si sviluppano i testi sono di tipo sociale ma spesso è possibile riconoscere come denominatore comune la rivendicazione dell’identità tramite l’uso della lingua sarda.

Alessandro Pani e Filippo Salaris, rappresentanti della Compagnia Artisti Fuori Posto(3) e presenti in sala durante la presentazione del lavoro al pubblico, hanno aggiunto alcuni dettagli che si sono rivelati base di ragionamento e discussione attorno al lavoro stesso. Per esempio, uno degli obiettivi che si era posto il regista era di provare a mettere in relazione – o meglio, di porre in sfida su un palco – il Rap sardo con i rappresentanti delle antiche tradizioni di improvvisazione canora della regione. Poteva essere una occasione unica e rara di un confronto freestyle tra modernità e tradizione. Ma i rapper hanno manifestato perplessità e non se la sono sentita di accettare la marranìa.

La proiezione e la prospettiva
Il filmato scorre veloce e ritmato. Le sequenze e le voci dei protagonisti si alternano tra studi di registrazione, strade del centro città, della periferia, ambienti industriali abbandonati. Oltre a varie tematiche si analizza il motivo per il quale sia stato scelto il sardo e non l’italiano per fare Rap. Qualche artista premette che in fondo alcune forme di sardo, come il campidanese, permettono di gestire al meglio la sincronia con la base ritmica grazie a parole più corte. Altri sostengono che la lingua sarda è stata scelta perché è alla base del pensiero di identità e indipendentismo. Qualcuno utilizza indifferentemente entrambe le lingue e, perché no, anche l’inglese. Il film finisce con un lungo applauso e un po’ come nei cineforum di qualche tempo fa, “segue dibattito” per approfondire le radici del rap sardo e lo “stato di salute” oltre che il motivo del mancato confronto con la tradizione. Tuttavia la scena sarà monopolizzata dall’ospite d’eccezione e dalla sua incredibile performance. In sala è presente Antonio Pani(4), uno dei massimi esponenti della poesia improvvisata Campidanese: il canto “a mutetu”.

Cantadoris, tra tecnica, intuito, fantasia e velocità di pensiero
Il “cantu a mutetu” è una forma poetica che comporta una sfida cantata in rima. Antonio spiega che solitamente, in occasione di una festa o una sagra di paese, uno dei partecipanti, ha l’onore di scegliere il tema e tutti danno sfoggio delle loro capacità compositive. Dopo aver illustrato le differenti forme di poesia improvvisata della Sardegna(5) e le loro origini, Antonio Pani si cimenta magistralmente nella creazione estemporanea di una strofa e ne illustra le regole che impongono al componimento uno schema molto rigido e complesso. Colpiscono la vastità delle sue conoscenze lessicali in sardo, la bravura nel trovare le rime e una incredibile memoria.

In sala restiamo tutti affascinati: e forse iniziamo a capire la reticenza dei rapper a cimentarsi con i cantadoris. Ci congediamo con le domande aperte di Alessandro Pani: quali forme di tutela della limba e quali iniziative politiche e culturali potrebbero essere efficaci? Se da un lato è evidente la ‘necessità’ di parlare una lingua affinché se ne possa garantire la sopravvivenza, e se la ‘lingua comune’ è imprescindibile custodia, in tutte le varianti del sardo, di un antico sapere e di una radice comune, potrebbe essere opportuno introdurre il sardo nelle scuole? Il Rap sardo è comunque una musica di nicchia, i temi che tratta non sono di così larga diffusione tra i giovani come il pop o il rock, sarà un baluardo di difesa della lingua o verrà considerato un laboratorio di idee? Siamo usciti con questi e altri dubbi e punti interrogativi, perché se infine sono più evidenti le occasioni mancate, che non le effettive certezze, per lavorare sul futuro della limba, il dibattito in sala ha fatto anche nascere una riflessione personale tra me e Davide, che è veneto.

Di cosa parliamo adesso. E come parliamo?
Anche da parte mia è inevitabile riflettere sulla condizione della lingua sarda come lingua minoritaria e del suo futuro. Soprattutto nel Campidano dove maggiormente si è creato un vulnus linguistico intergenerazionale. Conseguenza di una maggiore urbanizzazione e della scolarizzazione che vietava l’uso del sardo in favore della lingua italiana, o forse della diffusione della televisione e dei suoi costumi, oppure perché in sardo in fin dei conti non si produce più letteratura di ampia diffusione da molto tempo. Sono figlia di genitori entrambi maestri delle scuole elementari, avevano imparato l’italiano in tempi in cui a scuola parlare in sardo era vietato. Tra di loro parlavano in sardo, ma si rivolgevano a noi figli in italiano. A parte qualche frase colorita usata per esprimere contrarietà. Pertanto come tanti campidanesi il sardo lo capisco perfettamente ma non sono così abituata a mantenere un’intera conversazione.

L’uso del sardo campidanese oggi appare in progressivo calo e lascia il posto a un’inesorabile fenomeno di italianizzazione attribuibile anche al fatto che le lingue non possono restare immutate. La lingua cambia e assorbe parole nuove, parole che ormai non sono più figlie di un mondo contadino legato al territorio e alla cultura locale ma che derivano dalla rivoluzione digitale, imposte dalla tecnocrazia e dalla interconnessione globale, dai suoi anglicismi e con seducenti neologismi tentacolari. Nella famiglia di Davide si parla in veneto. In generale, avendo abitato diversi anni a Vicenza, ho riscontrato che il veneto è diffuso in modo più capillare rispetto al sardo dell’area cagliaritana dove viviamo oggi. Nei negozi, per strada, negli uffici, il primo scambio linguistico è più probabile che sia in veneto invece che in italiano. E se inizia in italiano è molto frequente che, appena possibile, si cerchi di portare lo scambio linguistico in veneto(6) . Perché?

Secondo Davide, in quel caso la lingua ha maggiori possibilità di vita solo se, oltre ad essere considerata identitaria, comporta valore, dignità, e solo se viene applicata trasversalmente da tutte le varie fasce sociali e anagrafiche. Mi fa un esempio concreto: se – oltre all’italiano, ci mancherebbe – parlano tra loro, in veneto, il fedele con il prete e il prete con il vescovo, il sindaco con il cittadino e il direttore di banca con l’impiegato, l’imprenditore con l’operaio, il professore con il bidello…allora lo stigma sociale dell’uso della lingua non potrà mai attecchire.

Nota degli autori del documentario su YT “Oggi la sfida di molti rapper, la loro “Marranìa” per l’appunto, si dirige verso le rivendicazioni sociali e culturali isolane, la denuncia di un’industrializzazione fallita che ha lasciato solo macerie, la costruzione di un senso unitario del popolo, l’utilizzo della lingua sarda e, in alcuni casi, l’espressione di una vera e propria volontà indipendentista”
Non ci saranno patrizi e plebei, colti e popolino. La lingua andrà a unire e creare condivisione. Non deve essere motivo di divisione
L’idea di fondo è che forse il sardo si trascina ancora quel contrassegno di essere la parlata di chi non ha studiato oppure di chi l’italiano non lo sa bene. Resta la domanda se davvero tutti i sardi si vogliano davvero identificare nella limba. Il dubbio che emerge è che, se la limba(7) non diventerà davvero espressione di un’identità isolana globale e una ”urgenza” comunicativa che unisca tutti i gruppi sociali, generazioni e classi di appartenenza, allora possa esserci il rischio concreto che scompaia.

note:
1)Marranìa: sfida
2)vi invitiamo a prendere visione: link YouTube
3)artistifuoriposto – link al sito Web https://www.artistifuoriposto.com
4)link alla pagina FB di Antonio Pani https://www.facebook.com/p/Antonio-Pani-100063499722420/?locale=it_IT
5)per saperne di più sulla poesia improvvisata sarda https://www.dom-osc.com
6) il veneto è una lingua, secondo enti internazionali come l’UNESCO e l’Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO), che le hanno assegnato un codice specifico (VEC) e la riconoscono come lingua europea originaria della Venetia Storica. La Regione Veneto l’ha riconosciuta ufficialmente come patrimonio linguistico-culturale, come stabilito dalla Legge Regionale 8/2007, a sostegno della sua tutela e promozione
7)Nel 2006 la Regione Sardegna adotta la limba comuna per la stesura degli atti ufficiali. Si tratta di una tanto controversa versione artificiale creata con apporti di tutte le varianti di sardo.

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