Sbarcato a Kyoto sei subito avvinghiato dall’umidità al 90% e pensi all’esperienza della sauna a cielo aperto. Ma sono solo le 9 del mattino, come dire “ora de stasera diventemo na pocia de acqua” (traduzione dall’aramaico “se va avanti così stasera rischiamo di diventare una pozzanghera di acqua distillata”).
Questi 7 giorni nel Giappone tradizionale, fatto di Zen, spiritualità, templi e Budda di ogni genere è stato studiato per ritrovare il respiro interiore e capire un mondo tanto distante dal nostro. Il percorso vissuto è stata una totale immersione nel mondo dell’estremo oriente, a partire dalle case, fatte in legno col tetto di paglia, le porti scorrevoli, tutto un mondo di legno e paglia; poi si dorme sul tatami e si va a letto col kimono. Uno dei pezzi forti che ti fanno capire se “te ghe peo su stomaco” (tradotto dall’inglese antico ” se hai pelo sullo stomaco” ) è la colazione giapponese: carne o pesce (sardine intere) cucinate alla griglia in real time, insieme a funghi, peperoni alla griglia, melanzane, zucchine, pomodori e l’immancabile ciotolina di riso con bacchette e salsa di soia. Già, si mangia solo con bacchette, se non sei capace rischi che un kamikaze ti lanci un razzo volante stile Goldrake con l’alabarda spaziale. Proteine come se non ci fosse un domani. Il silenzio nei templi a Kyoto è assordante; il nostro mantra è ” entriamo in atmosfera” e quindi vai col primo tempio, respira profondo, entra in modalità zen, vedi il giardino, erba perfetta, ponticelli, torrentello e cascatella, alberelli, bonsai… e mentre stai camminando leggero e spensierato sul legno del tempio senti una cacofonia che conosci, che distrugge senza pietà il silenzio e che lascio immaginare con il corretto accento
“ue cuesto c’è sta pure da noi, perchè guaglio’ se vieni a Napoli…” e subito senti il tuo intestino che si gira su se stesso, si domanda “perchè?”, poi si rigira e rigira e rigira. Curioso, ti volti e vedi il giapponesino che si avvicina col sorriso e deve trovare le parole giuste per far abbassare il tono; si avvicina continuando a piegarsi rigorosamente a 35°. Non so immaginare il dialogo tra napoletani e giapponesi con nessuno dei due che conosce l’inglese, so solo che non è servito a nulla, purtroppo.

Immagine del tempio Ginkaku Ji, Padiglione d’Argento, Kyoto
Uno degli aspetti piu’ divertenti di quando vado all’estero è parlare in veneto. Quando incontravo giapponesi che mi parlavano in giapponese perché non sapevano l’inglese: “Cin cion kyomizu dera gnana ciuciu” ed io “non go mia capio seto, prova in tedesco”…(forse pensavano che fossi giapponese anch’io, la traduzione dal veneto è: “mi perdoni gentile giapponesino, non ho compreso il suo linguaggio, provi un’altra lingua, ad esempio il tedesco”) mi guardavano con visto stupido perché appunto non riuscivano a capire la nazionalità e quindi si risolveva il dialogo a gesti o con l’immancabile google traduttore.
Ho capito che templi, mangiare e acqua in Giappone ci sono sempre ; infatti ci sono i distributori per strada che vendono bottigliette d’acqua ma anche bibite e succhi, tutto fresco, dove per 0,50 Litri paghi 0,25 euro. Come dicono i giuovani “tanta robba”. Ma la cosa piu’ entusiasmante…i bagni…i bagni pubblici! Rappresentano lo spot della pulizia, entri e non vedi sporcizia, tutto lindo mastro. Ho capito che entri per fare i tuoi bisogni ed esci come se avessi fatto la doccia: accanto al water ci sono una serie di strani meccanismi. Puoi scegliere il lavaggio laterale, il lavaggio centrale ma poi quando pigi il tasto della musica, introdotta per evitare il diffondersi di rumori molesti a rischio di arresto, ecco, li raggiungi l’apoteosi dei sensi. Sei seduto sulla tazza e senti la musichetta giapponese del cartone animato anni 80 e poi ti lavano i glutei sulle note di Candy e Gig Robot. Di nuovo “tanta robba”. Poi uscivo e raccontavo a mia moglie che ero in bagno con Candy Candy (nome e cognome, tipo Ajeje Brazo per chi si intende di film cult).

Quando vai a mangiare, oltre alla pulizia incredibile in ogni cosa e alla cucina a vista, rimani incredulo per il rispetto e per i loro saluti. La capacità del japanese man, probabilmente una delle prime cose che ti insegnano dalla nascita, di piegarsi a 35 gradi ringraziandoti sempre, accompagnandoti alla porta e seguendoti poi per i successivi 20 metri con continui inchini, ti lascia sbalordito. Girandoti li vedi ancora piegati che ti ringraziano con ” arigatou arigatou “.


Rifletto che con la schiena che mi ritrovo non potrei essere un giapponese, al primo piegamento rimango fermo e poi mi devono spostare in blocco in vari punti per salutare così, da fermo.
Tokyo invece è la megalopoli; 39 milioni di abitanti, se conti anche la prima periferia arrivi a 56 milioni. La preoccupazione principale che avevamo era perdersi, soprattutto per me che mi son perso niente popò (in bagno giapponese) di meno (era da tantissimo che volevo usare il “nientepopodimeno”) a Sarmeola di Rubano. Anche qui i japanese men ci sorprendono; non puoi perderti, tutto scritto perfettamente in giapponese e inglese, frecce e direzioni ovunque in ogni stazione, soprattutto a Shinjuku, quartiere di Tokyo di 6 milioni (il più piccolo) o a Shibuya (stazione dove al giorno passano 2.400.000 persone). Abbiamo anche provato a perderci ma non ci si riesce. Quindi girare Tokyo è più facile che girare a Sarmeola di Rubano e questa considerazione mi rallegra e mi da sicurezza per il futuro.
A Tokyo abbiamo iniziato un gioco con l’obiettivo di trovare una carta per terra oppure anche dei rifiuti di animali, considerando che hanno mediamente 2,3 animali per abitante. In 7 giorni non abbiamo trovato ne una carta ne una cicca di sigaretta, ne abbiamo visto cani per strada…quindi ti domandi: ma dove li tengono? La risposta te la da’ internet (o tua moglie, ragion per cui non ti serve google)…li tengono in casa perché fuori sporcano e quindi ci deve essere pulizia e rispetto. Così come non ci sono cestini; quello che consumi lo devi tenere in un sacchetto e lo svuoti quando arrivi a casa. La nostra stessa impostazione.
Considerando che alla fine sono più piccolo delle mie figlie, dentro questi 7 giorni ci abbiamo messo un’esperienza al The Making Harry Potter, lo studios dove hanno riprodotto tutti gli ambienti della serie (dal Castello di Howards, alla foresta , la città, la casa di Harry, lo studio di Silente , proprio tutto) per spiegare come hanno realizzato i film (i trucchi, i suoni, la colonna sonora, le costruzioni). Esperienza unica, vieni catapultato dentro ai film tanto che con la realtà virtuale ti fanno cavalcare la scopa o entrare dentro al Ministero della Magia. E vado di terzo “tanta robba”


Quindi conoscendo come son fatto mi dico, ma ‘sti giapponesi sono felici? Hanno i trasporti che spaccano il secondo e arrivano esattamente dove devi salire, non c’è sporcizia, tutto organizzato, nessun clacson che suona (solo una volta abbiamo sentito un italiano “dei movate non te vedi che xe verde” traduzione dal gaelico ” forza, procedi gentilmente si è appena attivato il colore verde nel segnalatore di traffico”), bagni che ti rallegrano lo spirito, si mangia in modo divino…però?
Dietro a questa perfezione, che pare perfino finta e a volte da pure fastidio da quanto è perfetta, ti chiedi…ci deve essere un baco in questo matrix…e in effetti.
Gli occhi, tristi. Iniziano alle 7.30 del mattino fino alle 20.30, ore e ore di lavoro, sei giorni su sette, si molto spesso anche il sabato. Occhi spenti, persone che salgono sui mezzi come fossero dei robot in catena di montaggio, chiudono gli occhi ovunque per riprendere se stessi e non essere alienati da tutto…mai una sbavatura (solo gli italiani che non rispettano la fila, e li individui subito). Mi chiedo se saprei accettare tanta organizzazione, mi chiedo se questa organizzazione alla fine non vada contro l’essere umano che di fatto è una creatura imperfetta ed ha bisogno di essere imperfetto per trovare se stesso, anche nel suo quotidiano. Credo che essere perfetti riempi di noia il vivere, è l’imperfezione che rappresenta la sfida. Mi chiedo come si abbina la loro cultura Zen con la frenesia eccessiva del produrre ad ogni costo.
Poi mi ricordo che sono italiano e forse si, alla fine, mi piace la mia imperfezione. “Arigatou Arigatou”… “Ma…Papà”, fa mia figlia – perchè ogni volta dicono – “a rigatoni a rigatoni” . “Si” rispondo io “però col ragù”.

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Sono nato a Vicenza, il 4 maggio 1976, ancora in epoca di tv in bianco e nero dove si andava a letto dopo il carosello delle otto…gli anni di Calimero e di Portobello per poi passare alla tv a colori ed ai primi cartoni animati giapponesi con i quali ho trascorso l’infanzia… Però si era sempre fuori all’aperto, insieme ad un pallone ed a partite interminabili 15 contro 15 anche sotto il sole di ferragosto, alle due del pomeriggio. Forse è stato l’allenamento di quegli anni o forse il carattere, in ogni caso mi laureo in economia e commercio a Verona prima del tempo canonico di 4 anni, poi durante gli anni riesco ad ottenere anche un master. Nel frattempo ci metto pure il matrimonio e due meravigliose figlie. Mi occupo di economia, finanza, strategia e ho lavorato in tante aziende, tutte diverse e tutte uguali. In ogni caso la bellezza della vita rimane la propria famiglia, che è allargata agli amici, al trovarsi insieme davanti ad una birra o attorno ad un fuoco con una bella grigliata pronta e sempre li vicino un pallone pronto per giocare.


