Il cielo in una scarpa

Ebbene sì: sono una scarpa.
Non nel senso che gioco male a calcio, dove al limite sono una mezza calzetta; ma nel senso che, ragionando con un amico, ho scoperto di potermi sintetizzare nelle mie calzature. Ogni tipo di scarpa che ho calzato nelle diverse fasi della mia vita descrive perfettamente le diverse stagioni della mia esistenza.


Ho un fratello di circa un anno maggiore e,  come si faceva spesso nelle famiglie anni settanta, siamo cresciuti con scarpe simili se non uguali. Non diversificare all’interno di una famiglia era normale. Anche perché c’èra poco da diversificare. Non ho vissuto nella bambagia, abitavamo in un quartiere periferico e operaio a ridosso della zona industriale di Vicenza Ovest; ma c’è stato un momento in cui la cartolibreria di quartiere di mio padre permise qualcosa in più. Questo per dire che una volta mio fratello ed io venimmo dotati di sandali Kickers, cosa che ci diede l’ingenua sensazione di essere figli di ricchi. Erano i primi anni ottanta, la classe media dei bottegai doveva ancora venire asfaltata da centri commerciali e catene multinazionali mentre quella operaia poteva raggiungere obiettivi economici arrotondando con straordinari o lavoro a casa in nero, usanza molto diffusa nel settore orafo.


Le calzature che una persona possiede si dividono in due grandi famiglie: la scarpa da tutti i giorni e quella da attività sportiva (quelle da festa stanno un poco perdendo smalto, per una serie di usi e costumi sociali). Ebbene, per quanto concerne le calzature sportive, a calcio non si partiva subito con le Adidas, i genitori erano consapevoli, ma con Tepa dalla pianta larga come quella di un elefante e Monterocca fatte di cartone. Le mie prime scarpe da calcio non ricordo nemmeno cosa fossero. Sicuramente erano nere con qualche ghirigoro bianco, arlecchino era ancora ripudiato dal mondo calcistico. Però ricordo di aver promesso a mia madre tutto l’impegno e la bontà del mondo tra le scarpe del negozio Centro sport di San Lazzaro per il mio primo e unico paio di Adidas World Cup. Ho sempre amato le tre striscie, quella linguetta morbida sul collo del piede mi faceva sentire un giocatore vero e toccavo il cielo con la scarpa. Iniziavo ad avere una mia personalità.

Al di fuori dei campi da calcio, nella quotidianità, abbandonai le vellutate scarpe da buon figliolo per la pelle o la tela delle snickers, e infatti la strada si fece dapprima più irta e sportiva e poi a tratti sconnessa e pericolosa. Furono gli anni delle compagnie giovanili, delle esperienze al limite, degli interrail. Scoprii che anche restando nell’ambito di calzature inconfutabilmente di gusto maschile, ovvero escludendo mocassini o roba in pelle di serpente, si poteva cercare originalità. Avevo trovato, non ricordo dove, delle Chuck Taylor verdone chiaro (in giro si trovava solo quello scuro) che attraeva molte persone. Come le Nike Jordan arancione e nero prese in onore alla canzone “Incubo di morte” dei Negazione. Le riempii di scritte appena portate a casa, scatenando liti immediate coi miei.

Le Nike alte, un po’ da thrasher a dire il vero, accompagnarono il mio primo interrail, unico paio di zapatas per tutto quel mese estivo in cui macinammo chilometri a Parigi, Londra, Edimburgo, Amsterdam e Valencia (ma anche Finale Ligure). Tanto le usai che divenne imbarazzante togliersele. Come era diventato vergognoso scalzare le sneakers All star che mi accompagnarono nel secondo interrail in Grecia. Quando al porto di Paros con Ale e Kicco sbagliammo il traghetto Agapitos Lines, un pochino brilli per la sete della lunga attesa, tornando al Pireo anziché procedere a Samos, decidemmo sul ponte della nave di andare a Praga. E allora via al Pireo, poi Patrasso, Brindisi e tappa a Vicenza. Ma anziché tornare a casa per un lavo e stiro rinfrescante prima di ripartire per la capitale ceca, piantammo la tenda per dormire al parchetto delle banche di viale Mazzini. Lasciammo le scarpe fuori dalla tenda per non rischiare una fraterna asfissia tra amici. Gli ormoni trasudavano anche dagli alluci.


Durante l’anno di servizio civile usai anche degli scarponcini un po’ stile Timberland con cui sentivo di andare più a genio agli anziani ospiti della casa di riposo dove prestavo opera. Poi mi sposai con Barbara, iniziai a lavorare, divenimmo genitori di una prima grande gioia. Ero così immaturo che decisi di diventare adulto. Ma crescere è un percorso, non una scelta di repentino cambiamento e non fu facile cambiare le abitudini, e mettere da parte l’attitudine a pensare in primis alla propria libertà. In quel periodo compravo scarpe anonime, più serie, sempre un poco strambe, ma non mie.

Il mio disallineamento tra me e ciò che volevo diventare, un adulto “vero”, prendeva la forma di una scarpa scomoda e rigida al piede.

Anche perché da neo sposi c’era da risparmiare e quindi acquistai sneakers di marche improbabili e anche un paio di orribili e pesanti scarpe nere in pelle con fibbie fintocromate che indossavo con un giubbotto scamosciato da immigrato degli anni novanta. Chissà perché, la mia idea di adulto non conformista mi portava a vestirmi da senzatetto. Inseritomi nel mondo del lavoro, conobbi il mio secondo titolare, che un giorno disse che lui assumeva solo persone che si presentavano al colloquio con ai piedi roba nuova o comunque pulita; guai roba vecchia o sporca. Una roba tipo “Dimmi che scarpe hai e ti dirò chi sei”.

Non ricordavo come mi presentai al mio colloquio, sicuramente ebbi fortuna a ricadere in uno dei due casi ammessi. In questa fase devo dire che le Clarks, anche se mai originali, mi aiutarono a ritrovare me stesso, linearità ed essenzialità. Tuttavia, tornando al mio amore teutonico, per riavere Adidas, con i budget bassi che ci permettevamo, andai a comprarle al cesto delle occasioni del mercato, scontate perché si erano scolorite nelle giornate di esposizione al sole: una più chiara e una più scura. Intanto trascorsero anni e un poco crebbi. Non mi sentivo più tipo da anfibi Dr Martens usati, comprati a Portobello Road quando quel posto era unico e irripetibile e non un circo di banalità. Non avevo più vent’anni e la scarpa era sempre meno di culto. E quindi le zappe mi duravano più anni, ne avevo quattro o cinque paia da continuare a girare un quinquennio buono. Più quelle da cerimonia, ormai anche gli amici andavano sposandosi e bisognava avere almeno un paio di scarpe da rappresentanza. Nel frattempo, le scarpe ginniche che divenivano brutte per l’uso quotidiano venivano declassate a scarpe da calcetto, in un continuo subito.it personale.


Poi, completato il riallineamento tra ciò che volevo essere e ciò che ero, ecco la nascita della seconda gioia familiare e il ritorno al primo amore: sneakers a tre striscie, in qualche caso acquistate uguali alle precedenti. Anni, decenni di scarpe da ginnastica, anche quando, ancora oggi, faccio presentazioni dei libri, frequento corsi, vado al ristorante.
Solo semplici sneakers. Empatiche e versatili. Compagne di avventura e sostenitrici del mio essere.

Comode e concrete. Popolari e variegate. Amiche fidate. 

E allora, facciamo un patto e un brindisi: a ognuno la propria scarpa. Vi siete mai immaginati, come dicono gli inglesi, nelle scarpe di un altro? 
Può essere un modo semplice e concreto di capire quanto si è consapevoli e coerenti in questa fase della vita.


Un pensiero finale dedicato a sbloccare un ricordo: avete memoria delle espadrillas colorate che se arrivavano a bagnarsi perdevano colore e facevano puzzare i piedi da yuta per una settimana?

 



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Francesco Sattin

Francesco Sattin è nato nel marzo 1972 a Vicenza e ha vissuto l’infanzia nel quartiere operaio dei Ferrovieri. Impiegato come responsabile acquisti in una azienda illuminotecnica, vive e lavora a Dueville in provincia di Vicenza. È sposato con Barbara e ha due figli, Mara e Marco. Nel 2018 ha partecipato a un concorso di ingegno creativo locale, Fantastico2018, vinto col racconto “Il candore della Marogna”, recentemente pubblicato nella raccolta “Racconti dal Veneto 2022”, Historica edizioni. Nel 2020 il suo esordio editoriale con la raccolta di racconti veneto londinesi “Facce da tubo”, per i tipi di Echos edizioni, mentre è del 2022 la pubblicazione, sempre per Echos, del romanzo di crescita corale “Pane e Oppi”. Nel 2024 l’uscita di “Destinazione Pyramiden” (C.S.A. editrice), in cui racconta con sensibilità e ironia un viaggio nelle isole Svalbard e nella solitudine, affrontando luoghi e temi di estrema attualità. Un romanzo che seppure ambientato a temperature polari non manca di scaldare l’anima. Nel 2025 è uscito il suo ultimo romanzo "Kutná Hora" con cui affronta tematiche legate alle difficoltà di essere piccolo imprenditore in Italia, alla forza d'animo e alla volontà, ma anche al destino. Ama viaggiare, anche se non riesce a farlo spesso, la musica indie/alternative, il calcetto con gli amici del "Così si gioca", il fantacalcio col super gruppo di fantallenatori.

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